Cenni storici sulle Abbazie di Santa Maria Casanova e San Bartolomeo

La riforma cistercense (da Cistercium = Citeaux in Francia) prende inizio nel 1098 da una corrente rigorista del movimento cluniacense che fa capo a Robert de Molesme e che intende ristabilire gli antichi precetti benedettini (la regola, nient'altro che la regola).
In un'epoca di dissipazione spirituale e di conflitti tra Stato e Chiesa, il rigorismo cistercense toccherà molte coscienze.
Grande propagatore della riforma sarà Bernardo di Chiaravalle che nel 1112 inizierà un'opera di propaganda volta a divulgare le idee cistercensi per tutta l'Europa.
I monaci cistercensi furono grandi bonificatori e colonizzatori degni della migliore tradizione benedettina, predilessero luoghi abbandonati, paludosi e malsani ove meglio risaltasse il loro sacrificio davanti a Dio e più duro fosse il loro sforzo (Gentili).
Rispetto ai Benedettini si occuparono meno di arte e cultura, senza trascurarle, e maggiormente dell'agricoltura, erano parsimoniosi, modesti e di elevato senso morale. La loro modestia è evidente anche nell'architettura delle loro costruzioni meno ricche rispetto alle benedettine, anche se non per questo meno grandiose.
A differenza dell'abbazia benedettina, quella cistercense non può che nascere da un'altra abbazia, che ne resterà per sempre madre e conserverà per sempre diritti e doveri nei confronti dell'abbazia figlia. Lo stesso impianto materiale della comunità monastica sarà effettuato da una colonia di dodici monaci che l'abbazia madre manderà all'abbazia figlia.
La prima abbazia cistercense italiana fu quella di Santa Maria di Chiaravalle vicina a Milano, nata nel 1135 e che ebbe come madre Clairvaux e fu visitata spesso da San Bernardo abate di Clairvaux.
In Abruzzo sono state fondate cinque delle ottantasei abbazie cistercensi in Italia:

Santa Maria Casanova sarà madre di Santo Spirito d'Ocre e di Santa Maria di Tremiti in Puglia ed avrà in soggezione il monastero benedettino di San Bartolomeo di Carpineto.
L'abbazia di Santa Maria Casanova nasce per iniziativa della contessa Margherita di Loreto Aprutino, vedova del conte Berardo di Conversano con consenso del vescovo Ottone cognato della contessa; essa diviene filiazione dei Cistercensi dell'abbazia dei Santi Vincenzo e Anastasio (Tre Fontane di Roma).
Non vi è certezza sulla data di fondazione che alcuni fissano al 1191, altri al 1195 quando arrivarono i cistercensi dell'abbazia dei Santi Vincenzo e Anastasio, altri ancora alla fine del XIII secolo sulla base di un documento di fondazione.
L'abbazia e gli annessi edifici sorgevano in un luogo impervio fra Civitella Casanova e Villa Celiera sul pendio di una collina ai cui piedi scorre il torrente Schiavone.
Nel 1198 arriva puntuale da parte di Innocenzo III la conferma della libertà, della determinazione dei confini, dei privilegi di cui gode il monastero compresa l'esenzione delle decime.
L'abbazia conosce tempi felici e registra un rapido sviluppo, già nel 1201 infatti aveva iniziato la sua espansione fondando la prima filiazione in Puglia ovvero Santa Maria di Ripalta e nel 1217 San Pastore di Rieti. Nel 1219 Berardo figlio della contessa Margherita di Loreto oltre a confermare le donazioni dei genitori vi aggiunge altre elargizioni e possessi. Del 1240 è un transunto di Gregorio IX di un privilegio dell'imperatore Federico II del 1222 in cui questi accoglie sotto la sua protezione il monastero e gli conferma libertà, immunità e possessi. In un privilegio di Onorio III del 1225 vengono ancora elencate tutte le grange che il monastero possiede, sono confermate anche le ultime acquisizioni nei territori di Paganica, Filetto, Assergi e Barisciano.
Notevole in questi decenni è anche l'espansione e l'attività riformatrice di Casanova verso l'Italia meridionale in particolare verso i monasteri garganici in decadenza nella prima metà del XIII secolo sia per la dura legislazione contro la ricchezza del clero promossa da Federico II, sia per i continui saccheggi e la guerriglia perdurante, senza dimenticare il terremoto del Siponto del 1230.
A metà del 1200 Casanova acquisisce Santo Spirito di Angre e San Bartolomeo e dal 1258 in poi l'abate di Casanova sarà chiamato abate di Casanova, San Bartolomeo e Tremiti.
Ai tempi dell'abate Ruggieri i monaci raggiunsero l'incredibile numero di quasi cinquecento!
A Casanova rifulse per molto tempo la biblioteca con l'annesso scriptorium dal quale uscirono vere opere d'arte del monaco Erimondo, poi abate nello stesso monastero, al quale si devono preziosi codici portati poi a Milano dal cardinale Federico Borromeo nel periodo in cui fu commendatario dell'abbazia (Bindi).
Erimondo praticò anche una sorta di riforma agraria trasformando i servi della gleba in coloni, fittavoli o mezzadri, gente libera e compartecipante ai frutti della terra.
L'integrità e l'affidabilità dei monaci di Casanova fu tanto indiscussa ed unanimamente accettata che erano richiesti per molti incarichi di fiducia: depositari di chiavi e di pubblici sigilli, di documenti, urne di votazioni, richiesti quali garanti di patti e giuramenti.
Pian piano anche Casanova andrà in crisi: si ridurranno le vocazioni si perderanno territori, l'abbazia cadrà sempre più nelle mani di commendatari che riserveranno al loro piatto la maggior parte delle entrate lasciando prebende irrisorie alle fabbriche ed ai monaci.
Nel 1807 Giuseppe Bonaparte promulga la legge di soppressione degli ordini religiosi abolendo le servitù feudali limitando fortemente i privilegi del clero ed assoggettandolo a tribunali regi.
Per quanto riguarda l'Ordine benedettino, si tratta invece di un ordine monastico osservante la regola dettata nel 534 da San Benedetto da Norcia. I Benedettini non rimasero chiusi nei loro monasteri, ma si dedicarono attivamente alla diffusione del messaggio cristiano e, anche con il sostegno di papa Gregorio Magno (590-604), si diffusero prima in Italia e poi al di là delle Alpi. Di particolare importanza fu l'opera di evangelizzazione svolta nelle aree britanniche e germaniche nel VII e VIII secolo grazie all'ospitalità dei monasteri colombaniani fondati da San Colombano, specie quello di Bobbio che li ospitò a partire dal 643, dopo la distruzione di Montecassino.
Molto conosciuto è il ruolo che svolsero in campo culturale: alla produzione di codici di argomento religioso, affiancarono il paziente lavoro di copiatura di codici antichi di argomento scientifico e letterario. Tra l'altro il loro elevato livello culturale e la loro capillare diffusione nel territorio indusse Carlo Magno ad affidare a loro l'organizzazione di un regolare sistema di istruzione.
L'ordine prosperò per tutto il Medioevo ed il loro monasteri erano costruiti fuori dalle città, in luoghi isolati, alcuni dei quali così grandi da ospitare quasi 900 monaci.
L'ordine entrò in crisi quando, soprattutto nel XIII secolo, iniziarono a prendere piede gli ordini mendicanti e predicatori che incoraggiavano il lavoro missionario fuori dai monasteri.
L'abbazia benedettina di San Bartolomeo di Carpineto, alle pendici orientali del Gran Sasso ed in diocesi di Penne fu costruita dal conte Liduino di Conversano nel 962 e divenne ben presto grande e potente.
La fondazione anche in questo caso avvenne, come di regola, nelle immediate vicinanze di un corso d'acqua (alla confluenza del fiume Nora con l'affluente formato dall'unione del Fosso Spagna con il Fosso Catuorno). Dal 1070 potè godere, unica nella zona, del costante appoggio dei Normanni, da Roberto di Loritello a Ugone Malmozzetto, che al contrario vesserà in mille modi il venerabile cenobio di Casanova, fino a Guglielmo II il Buono, ultimo re legittimo di Sicilia morto nel 1189. Anche San Clemente a Casauria subì le peggiori persecuzioni dai dinasti tanti benefici verso San Bartolomeo.
L'abbazia prospererà anche sotto il regno di Federico II. La crisi inizierà con la fine della dinastia sveva, con la morte di Manfredi nella battaglia di Benevento del 1258 infatti i diritti feudali di Carpineto passeranno al cognato di Manfredi: il conte Galvano Lancia. Questi, data l'ascesa degli Angioini che soppiantarono gli Svevi, per non farsi confiscare i suoi diritti dal nuovo monarca, li cederà all'abbazia di Casanova (Pietrantonio).
Fino all'estinzione del monastero cistercense, due monaci di Santa Maria Casanova saranno permanentemente distaccati a Carpineto e quando Casanova andrà sotto commenda Carpineto ne seguirà la sorte. Nel XVII secolo essendo abate commendatario di Casanova il cardinale Federico Borromeo, si affermò a Carpineto il culto di San Carlo Borromeo.
Una fonte importante per la storia dell'abbazia è il Chronicon di S. Bartolomeo di Carpineto che non ha avuto, da parte degli storici, quell'attenzione che è stata riservata a cronache abruzzesi analoghe.
Quattro sono i testimoni che tramandano il testo del Chronicon: il Codice Chigiano conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, il Codice Brancacciano conservato presso la Biblioteca Brancacciana di Napoli, il Codice Brunetti della Biblioteca Provinciale di Teramo ed il Codice Ambrosiano D 70 inf. che è l'unico che lo tramanda nella sua totalità.
Si tratta di un manoscritto cartaceo del XVII secolo di Giovanni Della Valle composto di 84 carte il cui autore sarebbe un certo monaco Alessandro che narra le vicende del monastero di Carpineto dalla fondazione fino al 1217, anno al quale sono da attribuirsi gli ultimi documenti del Chronicon.
Il copista Giovanni Della Valle visse a cavallo tra XVI e XVII secolo, fu monaco cistercense nel monastero di Santa Maria Casanova, di cui fu anche priore impegnandosi in prima persona per ottenere un miglioramento delle condizioni di vita dei monaci di quel cenobio.
Il fatto che questa copia sia stata scritta dal priore del monastero di Casanova al quale San Bartolomeo era stato unito nel 1258, aumenta la credibilità della cronaca in quanto Giovanni Della Valle aveva la possibilità di accedere ai numerosi documenti di entrambi i monasteri conservati nella torre. Giovanni Della Valle asserisce che nel copiare il codice, egli ha rispettato il dettato dell'originale seguendolo “de verbo ad verbum”.
Dell'autore, il monaco Alessandro, sappiamo che visse a cavallo tra XII e XIII secolo, e dal Chronicon stesso si apprende che gli abati ricorrevano spesso a lui, inviandolo presso papi e conti in occasione di missioni diplomatiche di una certa importanza, tanto che lo si può ritenere uomo dotato di buona cultura e di una certa dialettica.

Le fonti documentarie

Il Libro dei Parlamenti di Civitella Casanova

L'organo di rappresentanza generale era il Parlamento, cui poteva partecipare tutto il popolo. Al suo interno si discutevano le questioni più rilevanti per la comunità e si prendevano le relative decisioni. Aveva il compito basilare di eleggere i più importanti organi municipali. Ha funzionato fino a prima che entrasse in funzione il decurionato con le riforme napoleoniche; si trattava di un organo decisionale più snello perché costituito da un numero ristretto di elementi eletti per sorteggio (bussolati), ma sottoposto ad un rigoroso controllo dell'Intendente provinciale, il quale non era altro che il rappresentante del potere regio. Del decurionato potevano far parte solo gli iscritti nella lista degli eligibili, approvata dagli Intendenti. Si riuniva una volta al mese.

Il codice Salconio di Penne

Il codice di Nicola Giovanni Salconio è uno dei “pezzi” più noti dell'Archivio Storico del Comune di Penne. Compilato tra la fine del XVI secolo ed i primi anni di quello successivo, raccoglie circa 230 documenti tra privilegi, immunità e capitoli, dal secolo IX al XVII.
Il manoscritto si apre con una dedica al Senato cittadino nella quale l'autore dichiara di aver trascritto i documenti direttamente dagli originali pennesi. Un consistente gruppo di trascrizioni è costituito da documenti emanati da imperatori re e regine a favore sia dell'Universitas che della Chiesa di Penne. Ci sono documenti papali definiti genericamente da Salconio privilegi e bolle, che datano dal 1059 e coprono un arco cronologico che va fino alla prima metà del XVI secolo. Vi sono inoltre documenti emanati dai vescovi succedutisi alla guida della diocesi di Penne.
E' doveroso porre l'accento, in questa occasione, sull'esistenza di un nucleo documentario relativo alle Abbazie di San Bartolomeo di Carpineto e Santa Maria Casanova; sono spesso richieste di protezione da parte degli abati e di conferme di beni monastici da parte dei pontefici da Pasquale II a Celestino III. Un repertorio documentario prezioso non solo per la ricostruzione della storia di Penne ma anche per il suo territorio.

Il catasto onciario ed il catasto provvisorio

I catasti antichi anteriori al 1741 furono formati a norma delle prammatiche del 1467 e del 1642 sotto il titolo “de appretio”. Nel 1642 il vice re duca Medina Las Torres, per sollevare le Universitas dalle infinite imposte, ordinò che in ognuna di esse fosse fatto un catasto dei beni dei cittadini, onde le imposte fossero ripartite in proporzione di ciò che ciascuno possedeva: chi viveva con il lavoro delle braccia (braccianti) non avrebbe dovuto pagare più di 15 carlini a fuoco; i coloni non più di 30 carlini e il resto delle imposte si sarebbe dovuto ripartire tra i cittadini ricchi. In questi catasti non vi erano i luoghi pii e gli ecclesiastici in quanto esenti da imposte. Negli antichi catasti i beni stabili furono apprezzati in proprietà del loro intrinseco valore e fu elevato un capitale dalle industrie e dalle fatiche dei braccianti.
Nel 1740 le autorità del Regno di Napoli decisero di riformare il sistema fiscale. Il 4 ottobre, il Re Carlo III di Borbone, con propria 'Prammatica', incaricò la 'Regia Camera della Sommaria' di emanare apposite regole per la creazione dei catasti che furono pubblicate il 31 ottobre 1741. Le istruzioni per la formazione dei Catasti Onciari furono pubblicate il 28 settembre del 1742, con l'ordine che entro 4 mesi tutti i Catasti fossero completati. Pochi Comuni (allora "Universitates") riuscirono a completarli entro quei termini; la maggior parte portò a termine i lavori entro l'anno 1753. Con il Catasto Onciario fu tentata l'introduzione, nel Regno di Napoli, di un più moderno sistema di tassazione della proprietà e dell'industria, ma permasero purtroppo, privilegi e sperequazioni. I possessori furono distinti in diverse classi:

  1. Cittadini, vedove e vergini;
  2. Cittadini ecclesiastici;
  3. Chiese e luoghi pii del paese;
  4. Bonatenenti (ossia possessori di beni) non abitanti;
  5. Ecclesiastici Bonatenenti;
  6. Chiese e luoghi pii forestieri.
La legge 8 novembre 1806 aboliva il Catasto onciario e incaricava i sindaci, gli eletti e i ripartitori di ciascun comune di suddividere il territorio comunale in sezioni e queste in particelle, corrispondenti a ciascuna proprietà; precisare per ciascuna di queste ultime la natura (seminatorio, boschivo, ecc.), l’estensione e la classe di appartenenza (ne furono stabilite tre sulla base della qualità e del rendimento); stimare, in base a questi parametri la rendita imponibile di ciascuna proprietà, rendere pubblici i risultati e valutare gli eventuali reclami. Per le prime due operazioni doveva essere compilato uno stato di sezione del territorio comunale che, in seguito alle disposizioni del 1809, divenne la base del nuovo catasto.
Il catasto provvisorio o murattiano istituito con la legge del 4 aprile 1809, era un catasto descrittivo, ripartiva il territorio in sezioni e particelle, quest’ultime corrispondenti alle proprietà. Anche se era denominato catasto terreni comprendeva i fabbricati rurali, le case di abitazione, e i fabbricati d’industria. Rimase in vigore fin dopo l’Unità d’Italia.
I catasti provvisori prevedevano tre tipologie di registri:
  1. Gli stati di sezione in cui venivano riportate le singole partite di tutto il territorio comunale con l’indicazione delle generalità del proprietario contribuente, la natura e l’estensione della proprietà e la sua rendita netta;
  2. I partitari, in cui venivano riepilogate le diverse proprietà di un contribuente secondo un numero di partita, specificando la località e tutti i dati fiscali (natura, estensione e rendita netta), il carico e discarico, cioè i motivi di acquisizione, cessione, provenienza, il nome dell’acquirente in caso di discarico e gli estremi del documento che ne sanciva il passaggio di proprietà e il nuovo possesso;
  3. Le matricole dei possessori che erano rubriche alfabetiche di rinvio ai partitari.

BIBLIOGRAFIA
F. MOTTOLA, L’archivio storico del Comune di Penne: una prima ricognizione, in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, L'Aquila, 2001.
L. MAMMARELLA, I monumenti medievali in Abruzzo. Abbazie cistercensi e loro filiazioni, Cerchio (Aq), 1989.
Il Chronicon di San Bartolomeo di Carpineto, a cura di Enrico Fuselli, in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, L'Aquila, 1996.
L'abbazia cistercense di S. Maria di Casanova, a cura di Rafffaele Giannangeli, in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, L'Aquila, 1984.